La transizione dall’adolescenza all’adultità al giorno d’oggi può creare senso di confusione e la sensazione di non avere gli strumenti giusti per costruire la propria stabilità. Quella fase che gli anglofoni chiamano “adulting” (tra i 19 e i 35 anni) infatti, è diventata una delle transizioni più faticose della vita contemporanea. Ma cosa succede quando questa fatica si trasforma in un malessere profondo che non trova spazio nelle diagnosi tradizionali?
In passato, l’identità era tracciata da ruoli sociali fissi e riti di passaggio definiti. Oggi viviamo in quella che Zygmunt Bauman definisce “società liquida”, dove l’unica costante è il cambiamento e l’unica certezza è l’incertezza. Se da un lato abbiamo guadagnato libertà, dall’altro siamo immersi in un eccesso “tossico” di stimoli e possibilità. In questo contesto, la sofferenza del giovane adulto nasce spesso da una “paralisi dell’analisi”: troppe opzioni (carriera, relazioni, città) non portano alla libertà, ma al terrore di fare la scelta sbagliata. In questa prospettiva quindi, il disagio non è più solo una questione di sintomi manifesti, ma uno “spaesamento” di fronte all’infinità di possibilità e alla pressione sociale a superare continuamente se stessi.
L’essere umano, inoltre, è costitutivamente proiettato nel futuro. Tuttavia, quando il contesto socio-economico impedisce di pianificare a lungo termine, la capacità di progettarsi si blocca. Il futuro smette di essere uno spazio di possibilità e diventa una minaccia, costringendo il giovane in un “presente continuo” ansioso.
Per questo motivi, sempre più spesso, i giovani arrivano in terapia senza sintomi da manuale (DSM), ma con un’incapacità di accedere a sé o di dare un senso alla propria vita, che spesso viene esternata sottoforma di sintomatologia ansiosa sottosoglia. È quello che viene definito disagio esistenziale: una sofferenza reale, fluida, che nasce dalla difficoltà di strutturare un’identità solida in un mondo discontinuo.
In una prospettiva fenomenologica, la sofferenza può essere di due tipi:
Sofferenza che chiude: quella che blocca il soggetto nel “freeze depressivo”.
Sofferenza che apre: quella che, se ascoltata, permette di riconoscere i momenti critici e trasformarli in occasioni di crescita.
Secondo il modello di Liccione, il modo in cui viviamo l’ansia e la fatica dipende dalla nostra “polarità emotiva”:
Il giovane adulto Inward (centrato sull’interno): tende a monitorare costantemente le proprie sensazioni corporee. Di fronte alla pressione della performance, può tradurre l’ansia in sintomi psicosomatici o attacchi di panico, sentendo il proprio corpo come una minaccia instabile.
Il giovane adulto Outward (centrato sull’esterno): definisce sé stesso attraverso il giudizio altrui e il successo sociale. Ad esempio, in un mercato del lavoro precario e dominato dal confronto sui social, questi giovani sperimentano un senso di vuoto e crisi d’identità quando mancano i referenti esterni.
In questa corsa alla performance, nel giovane adulto il corpo viene spesso trattato come un oggetto da ottimizzare (meno sonno, più produttività). La sofferenza emerge quando il corpo “si ribella”: da mezzo con cui agiamo nel mondo, diventa qualcosa che si patisce (attraverso il blocco della depressione, l’ansia o il panico). Il sintomo, in quest’ottica, è un messaggio del corpo che ci dice: “fermati, non siamo più in un modo sostenibile”.
La sfida della Psicoterapia
La psicoterapia ha quindi come obiettivi, in questi casi, la comprensibilità storica e il reinserimento del malessere nella storia unica della persona: si mira a costruire una narrativa più identitaria della propria storia di vita, e all’apertura di possibilità e progetti maggiormente autentici. Il lavoro terapeutico consiste nell’aiutarli a riappropriarsi della propria storia capendo come i modi di fare esperienza del passato influenzano il presente, nell’abbracciare il limite e accettare che non tutte le possibilità possono essere realizzate, imparando a fare scelte autentiche e ad aprirsi possibilità. La sfida è quindi trasformare l’incertezza da eccesso di possibilità a spazio di autentica libertà.
A cura della d.ssa Sara Marchesi, psicologa e psicoterapeuta in formazione
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