Viviamo ormai in un tempo in cui il tema della performance ha assunto notevole rilevanza rispetto al passato, con importanti ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale.
I bambini loro malgrado ne sono travolti…e spesso sconvolti, perché fin da piccoli sentono di dover rispondere al bisogno degli adulti di essere sempre performanti, al passo con gli altri e se possibile anche un passo più avanti.
Tutto ciò non ha a che fare solo con la scuola, quella arriva dopo. Talvolta già da piccolissimi respirano l’aria del continuo confronto legato al fatto che l’amichetto ha già iniziato a camminare, la cuginetta produce una varietà di suoni più ampia ecc.
Tutti sappiamo che ogni bambino può avere tempi e modalità di acquisizione delle competenze differenti (seppur all’interno di fasce più o meno ampie che definiscono lo sviluppo normotipico), ma spesso l’ansia dei genitori di dormire sonni tranquilli, certi del fatto che il loro bambino sia adeguato e “conforme alle aspettative”, porta ad una eccesiva attivazione e stimolazione che, se da una parte offre opportunità dall’altra carica moltissimi i piccoli. Tutto ciò assume ancora più rilevanza quando il tema della prestazione e della competizione diventa più concreto e direttamente misurabile, e cioè nel contesto scolastico e sportivo.
Il rischio che si corre è che il bambino senta di essere apprezzato e ben voluto solo se sarà all’altezza di ciò che gli adulti si aspettano da lui. La posta in gioco è davvero molto alta, e a questo punto molti bambini iniziano a provare quella che tutti conosciamo con il nome di ansia da prestazione.
Entro un certo livello l’ansia può essere una componente “positiva”, è la risposta fisiologica che aiuta l’individuo ad attivarsi, concentrarsi e mettere in campo risorse per portare a termine un compito nel migliore dei modi. Tuttavia se si supera una certa soglia si ottiene l’effetto opposto: in preda all’ansia il bambino può arrivare addirittura a paralizzarsi di fronte ad un compito, nonostante sia in grado di svolgerlo, o mostrare comunque un atteggiamento rinunciatario con pensieri tipo “tanto non ce la farò mai”. Queste situazioni possono creare nel bambino una sensazione di intenso disagio e si assiste spesso a vere e proprie reazioni del corpo, come confusione mentale, aumento del battito cardiaco, pallore e freddo, necessità di andare in bagno fino ad arrivare a veri e propri sintomi come ad esempi mal di pancia o mal di testa.
Come è naturale intuire, tutto ciò non permette al bambino di affrontare la situazione, e al contrario rinforzerà in lui la paura di non farcela, portandolo a pensare che non valga neanche la pena di mettere in campo le energie per provarci e favorendo la rinuncia o l’evitamento delle situazioni che generano ansia.
Per aiutare allora un bambino che si trova in questa situazione è necessario innanzitutto interrogarci noi come adulti, per capire se in qualche modo quella preoccupazione ha a che fare con la nostra frustrazione nell’assistere ad un suo fallimento e a come possiamo supportarlo in modo da non farlo sentire in difetto.
È importante spiegare al bambino che il tentativo di essere perfetti porterà quasi sempre ad un fallimento, perché ciascuno di noi può avere punti di forza ma anche di debolezza e questo non fa di lui un bambino meno apprezzato o amato. Un bambino che si sentirà più rilassato e svincolato dalla pressione di dimostrare all’adulto quanto è bravo sarà anche più propenso ad esplorare, mettersi in gioco e fare nuove esperienze.
Anche fornire al bambino un eccessivo rinforzo positivo può avere delle controindicazioni, perché se ripetiamo continuamente che è bravo, intelligente ecc. gli facciamo credere che ci aspettiamo che sia sempre così, e nuovamente lo mettiamo inconsapevolmente nella situazione di non poter fallire.
Quando un bambino si trova in questo disagio, occorre allora accogliere quell’emozione, senza negare quando ci racconta una sua difficoltà nel fare qualcosa, ma piuttosto spieghiamogli che si può anche imparare da ciò che non è andato come avrebbe voluto. Può essere utile anche che i genitori raccontino al bambino qualcosa che è stato difficile per loro, non solo per condividere un vissuto e favorire un ascolto empatico ma anche per mostrare al bambino che loro stessi non sono perfetti e che quindi non pretendono che lui lo sia. Infine è fondamentale evitare confronti e paragoni con compagni e amichetti, che porterebbero il bambino a sentirsi ancora più in competizione e creare invidie poco funzionali al benessere del bambino.
Se le difficoltà perdurano nel tempo e interferiscono con la quotidianità del bambino in maniera costante è bene chiedere aiuto ad uno specialista, così da strutturare un intervento che aiuti sia il bambino che i genitori a capire come ritrovare quell’equilibrio che permetterà poi un approccio costruttivo e più sereno alle piccole o grandi sfide di ogni giorno.
a cura di Dalila Mapelli, psicologa psicoterapeuta età evolutiva
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