Quando un bambino manifesta un disagio — che si tratti di ansia, agitazione, impulsività, aggressività, difficoltà scolastiche o ritiri emotivi — la reazione naturale di un genitore è quella di cercare uno specialista che prenda in carico il figlio. Tuttavia, la ricerca clinica e l’esperienza sul campo dimostrano che la psicoterapia del bambino raggiunge risultati più solidi e duraturi se accompagnata da un percorso parallelo di sostegno alla genitorialità.
Ma perché questo spazio dedicato agli adulti è così determinante?
Il terapeuta vede il bambino per un’ora a settimana; i genitori vivono con lui ogni giorno. Il sostegno alla genitorialità non serve a “giudicare” l’operato di mamma e papà, ma a trasformarli nei principali alleati del cambiamento. Fornire ai genitori strumenti per comprendere i messaggi nascosti dietro i comportamenti del figlio permette di proseguire il lavoro terapeutico nell’ambiente domestico.
I bambini raramente dicono: “Mi sento ansioso per le aspettative scolastiche”. Piuttosto, manifestano mal di pancia, rabbia o insonnia. Il sostegno aiuta i genitori a:
Il bambino è parte di un sistema familiare. Immaginiamo una “giostrina” da culla: se muoviamo un elemento, tutti gli altri oscillano di conseguenza. Spesso, il malessere del bambino è l’espressione di una tensione o di una difficoltà comunicativa all’interno della famiglia. Lavorare con i genitori permette di:
Essere genitori di un bambino che soffre è faticoso e può generare sensi di colpa, impotenza o frustrazione. Il sostegno alla genitorialità offre uno spazio protetto dove depositare queste fatiche senza il timore di essere giudicati. Un genitore più sereno e consapevole è, intrinsecamente, una risorsa terapeutica migliore per il figlio.
Conclusione
Affiancare il sostegno alla genitorialità alla psicoterapia infantile significa passare dal concetto di “curare il bambino” a quello di “prendersi cura della relazione”. Non è un compito aggiuntivo per genitori già sovraccarichi, ma l’investimento più prezioso per garantire che i progressi fatti in stanza di terapia diventino parte integrante della vita quotidiana del bambino.
Non si va in consulenza perché si è “sbagliato”, ma perché si vuole diventare esperti della lingua emotiva del proprio figlio.
a cura di Lisa Simonini, psicologa psicoterapeuta sistemico relazionale
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