Il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è una condizione neurobiologica che sottende ad un tipo di funzionamento e di processamento delle informazioni considerato diverso dalla norma statistica. Tale modalità di funzionamento rientra perciò nello spettro delle neuroadivergenze, intese come modi di stare nel mondo statisticamente meno frequenti rispetto a quello neurotipico, ma alla base dei quali vi è un funzionamento intellettivo nella norma. La dicitura “modi di stare nel mondo” pone enfasi sul fatto che il modo di processare le informazioni risulta più o meno funzionale anche sulla base delle richieste esterne. Da qui si evincono subito almeno due aspetti fondamentali che vale la pena sottolineare: il primo è che alcune caratteristiche delle neuroatipicità (in cui rientrano anche autismo, alto potenziale cognitivo ecc) sono funzionali in alcuni ambiti (es. la creatività e le differenze di processo possono creare vantaggi nell’ambito artistico); il secondo è che la modulazione di alcune caratteristiche/modalità di richieste esterne/ambientali può essa stessa creare condizioni vantaggiose per affrontare le sfide quotidiane.
Essendo una caratteristica neurobiologica, l’ADHD è presente lungo tutto l’arco della vita: a seconda dell’intensità più o meno marcata delle manifestazioni, l’ADHD si può distinguere in tratti di funzionamento, funzionamento, o ADHD clinico (diagnosticato dai test e questionari). Sulla base di questo, inoltre, la manifestazione sarà più o meno precoce – sulla base della complessità crescente delle richieste. A tal proposito, l’evidenza scientifica mostra che l’ADHD tende a persistere nel corso della vita fino all’85% dei casi, causando difficoltà più o meno significative. Si stima che l’ADHD si manifesti e comporti difficoltà significative in circa il 7% della popolazione infantile e il 4% di quella adulta. Questo anche relativamente al fatto che la maggior parte degli individui ADHD presenta almeno un altro disturbo in comorbidità (tra il 50% e l’80%), complicando il quadro clinico.
ADHD in Età Evolutiva
È difficile riconoscere il disturbo in età prescolare (3-6 anni), ma la diagnosi è più frequente durante la scuola elementare (6-12 anni). I sintomi dominanti nel bambino sono l’iperattività motoria (agitazione, difficoltà a stare seduto, parlare troppo e muovere mani/piedi) e l’impulsività (interrompere gli altri, agire senza pensare, non riuscire ad aspettare il proprio turno). La disattenzione si manifesta nell’inerzia ad iniziare le attività scolastiche o portarle a termine, nel distrarsi facilmente (esempio con oggetti circostanti) e nel perdere oggetti. L’iperattività compromette la capacità di rispettare regole e tempi in classe. I bambini con ADHD sono a rischio di fatiche scolastiche e basso livello di autostima. Le comorbidità più comuni includono il Disturbo Oppositivo Provocatorio (in oltre il 50% dei casi), Problemi di Condotta (25-45%) e Disturbi dell’Apprendimento (25-40%), con problemi prevalenti nella scrittura, lettura e abilità matematiche. I problemi comportamentali del bambino possono aumentare lo stress genitoriale, talvolta esacerbato da uno stile parentale autoritario.
ADHD in Adolescenza
L’iperattività motoria tipica dell’infanzia si attenua, lasciando il posto a una maggiore irrequietezza interna. Persistono significative difficoltà attentive, di pianificazione e di organizzazione, che spesso si traducono in prestazioni scolastiche inferiori alle potenzialità cognitive. L’impulsività permane, manifestandosi come instabilità emotiva, ricerca di sensazioni forti e tendenza a condotte pericolose e a rischio. Gli adolescenti ADHD hanno maggiori conflitti con genitori e coetanei, e sono a rischio di depressione, ansia, abuso di sostanze, abbandono scolastico e disturbo della condotta (che può successivamente sfociare in un disturbo antisociale).
ADHD in Età Adulta
Negli adulti, i sintomi sono più sottili ma invalidanti. L’iperattività si trasforma in irrequietezza interna, manifestandosi per esempio come agitazione eccessiva in situazioni che richiedono immobilità (es. riunioni). La disattenzione (spesso il tipo prevalente) si traduce in disorganizzazione, procrastinazione, scarsa gestione del tempo (ritardi, mancato rispetto delle scadenze), noia in attività monotone e difficoltà nel portare a termine progetti complessi. L’impulsività può causare problemi finanziari o difficoltà nel rispettare i turni di parola. È frequente la misdiagnosi con disturbi come la Depressione Maggiore o il Disturbo Borderline di Personalità, in parte a causa dei criteri diagnostici non sempre adeguati all’età adulta. Gli adulti con ADHD presentano spesso un basso livello di studi, cambiano frequentemente lavoro, partner e amicizie. Sono più frequentemente vittime di incidenti e traumi e hanno maggiori problemi matrimoniali e legali. La disregolazione emotiva, derivante anche dall’alta intensità nel vissuto emotivo, dalla labilità e dalla scarsa tolleranza alla frustrazione, è un aspetto clinico frequente e significativo.
L’ADHD nelle Donne
L’ADHD è spesso sottostimato nel sesso femminile, poiché le donne tendono a manifestare il tipo prevalentemente disattento, che è meno visibile e “dirompente”. Le donne ADHD spesso si descrivono come “esauste” o “sovraccariche” a causa delle difficoltà nel gestire contemporaneamente il lavoro, l’accudimento dei figli e l’organizzazione domestica, attività che richiedono attenzione e pianificazione. Per le donne, il trattamento può integrare il Parent Training (mirato anche alla gestione domestica), Gruppi di sostegno (per combattere la bassa autostima e il senso di vergogna) e l’ADHD Coaching (focalizzato sull’immagine di sé positiva, sulla riorganizzazione delle attività e sulla gestione dello stress) – tali trattamenti li vedremo nell’ultimo paragrafo.
Diagnosi e Eziopatogenesi
La valutazione diagnostica è complessa e richiede l’esclusione di diagnosi alternative e la considerazione di disturbi associati. In età pediatrica, l’intervista con i genitori è fondamentale, poiché il bambino potrebbe non essere pienamente consapevole delle proprie difficoltà. La diagnosi in età adulta è particolarmente difficile a causa dell’alta comorbidità e della necessità di conferme anamnestiche.
Tale diagnosi può – come detto in introduzione, portare ad una diagnosi clinica, oppure ad una maggiore conoscenza di sé e delle proprie caratteristiche di funzionamento. Questo è importante da sottolineare, in quanto la conoscenza di tali pattern sulle neuroatipicità è molto utile anche a livello psicoterapeutico: riconoscere tratti e modalità di funzionamento all’interno di un’esistenza comunque funzionante è utile e fondamentale alla consapevolizzazione dei propri modi di essere e al trattamento terapeutico.
A livello eziologico, l’ADHD ha una forte componente genetica: studi neurochimici supportano l’ipotesi catecolaminergica, che si concentra sul ruolo alterato della dopamina e della noradrenalina. Studi di neuroimaging hanno rilevato differenze neuromorfologiche, come la riduzione del volume del nucleo caudato di destra e l’ipotesi di ipofrontalità. Tra i fattori prenatali di rischio si annoverano l’esposizione intrauterina a sostanze tossiche (alcool, piombo, fumo di sigaretta).
Trattamento
Il trattamento indicato è di tipo multimodale.
Nei casi in cui il funzionamento è più compromesso per sostenere le richieste quotidiane, il trattamento d’elezione è la combinazione tra farmacoterapia (di competenza del neuropsichiatra infantile e dello psichiatra) e terapie cognitive di diversa declinazione (es. cognitivo-comportamentale, cognitivo-neuropsicologica – di competenza dello psicologo clinico/psicoterapeuta).
Gli interventi non-farmacologici sono cruciali, e nelle varie fasi della vita includono:
In ogni fase della vita, perciò, il riconoscimento e il supporto adeguato sono essenziali per permettere alle persone con ADHD di vivere una vita piena e appagante, valorizzando le loro caratteristiche e imparando a gestire le sfide.
Nel prossimo articolo (Gennaio 2026) approfondiremo un’altra neuroatipicità: lo spettro autistico.
a cura di Sara Marchesi, psicologa clinica
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