Alla base di molte forme di dipendenza non vi è soltanto la ricerca del
piacere, ma soprattutto la difficoltà di regolare il dolore emotivo e sostenere
condizioni di stress prolungato.
Un elemento centrale è la difficoltà a tollerare stati emotivi intensi o
prolungati. Quando mancano strumenti efficaci per gestire lo stress, la
sostanza o il comportamento diventano una risposta rapida, accessibile e
potente. Tuttavia, nel tempo, questa “soluzione” riduce ulteriormente la
capacità di affrontare le difficoltà: le alternative si impoveriscono, le relazioni
si indeboliscono e la persona può ritrovarsi sempre più isolata, fino a una
vera e propria desertificazione della vita affettiva e sociale. Questo vale
tanto per le dipendenze da sostanze quanto per quelle comportamentali: il
giocatore patologico può trovare nel gioco una sospensione momentanea
dell’angoscia, così come chi usa compulsivamente i social può cercare
sollievo nel riconoscimento immediato degli altri. In entrambi i casi, però, il
sollievo è temporaneo e tende a lasciare spazio a un malessere ancora più
profondo.
Superare una dipendenza non significa semplicemente interrompere un
comportamento, ma costruire nuove modalità per affrontare lo stress e
regolare le emozioni. In una prospettiva ispirata al pensiero di Carl Rogers, è
possibile leggere la dipendenza anche come il segnale di una frattura
interna: una distanza tra ciò che la persona vive profondamente e
l’immagine di sé che sente di dover mantenere. Quando questa
incongruenza diventa difficile da tollerare, il ricorso a una sostanza o a un
comportamento può rappresentare un tentativo, seppur disfunzionale, di
ristabilire un equilibrio.
Il lavoro terapeutico si orienta allora non solo sull’interruzione del
comportamento, ma sulla possibilità di creare uno spazio in cui la persona
possa riconoscere, accogliere e dare significato alla propria esperienza.
Sviluppare consapevolezza emotiva, rafforzare le risorse personali e
ricostruire legami significativi permette gradualmente di sostituire il coping
disadattivo con modalità più flessibili ed efficaci. Anche il craving, quel
desiderio intenso e spesso improvviso di ricadere, può essere compreso e
attraversato senza esserne travolti, imparando a riconoscerne i segnali e i
fattori che lo attivano.
Se la dipendenza nasce spesso come tentativo di adattamento a condizioni
difficili, il percorso di cura può essere visto come un processo di
riapprendimento. Non si tratta solo di “togliere” qualcosa, ma di costruire
alternative.
Quando la persona trova uno spazio relazionale sufficientemente
sicuro — fatto di accettazione, ascolto e comprensione — può iniziare a
riappropriarsi delle proprie risorse e orientarsi verso un funzionamento più
autentico e integrato. È proprio da questo movimento, graduale ma profondo,
che può emergere un equilibrio più stabile e un senso di benessere più
duraturo.
A cura della D.ssa Selene Gamba, psicologa psicoterapeuta
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