Quando si parla di terapia neuropsicomotoria, spesso si pensa al movimento, alla coordinazione, all’equilibrio o alla motricità fine. In realtà, il lavoro neuropsicomotorio coinvolge il bambino nella sua globalità e comprende anche una dimensione fondamentale: quella emotiva e relazionale.
Le emozioni, infatti, si manifestano anche attraverso il corpo: un bambino arrabbiato può irrigidirsi, muoversi in modo più impulsivo o fare fatica a fermarsi, un bambino preoccupato può diventare più inibito, cercare la vicinanza dell’adulto o evitare una determinata situazione.
Il corpo diventa quindi uno dei principali strumenti attraverso cui il bambino esprime ciò che prova, soprattutto quando non possiede ancora le competenze linguistiche necessarie per comunicarlo. Nella terapia neuropsicomotoria, il movimento, il gioco e la relazione permettono al bambino di sperimentare e riconoscere gradualmente queste esperienze.
Uno degli aspetti fondamentali quando si parla di emotività è l’autoregolazione, ossia la capacità di modulare il proprio comportamento, l’attivazione, le emozioni e le risposte in relazione a ciò che sta accadendo. L’autoregolazione non è una competenza che il bambino possiede necessariamente fin dall’inizio: essa infatti si sviluppa progressivamente anche grazie alla relazione con l’adulto e alla modulazione di quest’ultimo rispetto a ciò che il bambino sta vivendo.
Durante il percorso neuropsicomotorio, il bambino può sperimentare situazioni che richiedono di fermarsi, aspettare, modificare una strategia, rispettare una regola o passare da un’attività a un’altra. Attraverso queste esperienze, costruite in modo graduale e adeguato alle sue possibilità, può imparare a riconoscere e modulare le proprie risposte e quindi a sviluppare la sua capacità di autoregolazione.
Ma come si può sviluppare tutto ciò attraverso la terapia neuropsicomotoria? Proprio come quando si deve lavorare sul movimento o sull’attenzione, il gioco appare come lo strumento fondamentale. Giocare significa infatti anche incontrare difficoltà: un gioco che non riesce, una regola da rispettare, un’attesa necessaria o un risultato diverso da quello desiderato. In tutti questi casi il bambino sperimenta ciò che viene definito come frustrazione, ossia una situazione interna o esterna che non consente di conseguire un soddisfacimento o di raggiungere uno scopo.
La frustrazione, quindi, non è necessariamente qualcosa da evitare: può diventare un’importante occasione di apprendimento, quando il bambino viene accompagnato a tollerarla e a trovare modalità alternative per affrontarla.
Il terapista quindi può proporre esperienze nelle quali il bambino possa sperimentare l’errore senza viverlo come un fallimento, sostenendolo nella ricerca di nuove strategie e valorizzando il processo più che il risultato.
Nella terapia neuropsicomotoria il terapista quindi non si limita solo a proporre attività, ma osserva costantemente lo stato emotivo e il livello di attivazione del bambino, modulando di conseguenza il proprio intervento. Il tono della voce, il ritmo dell’attività, la distanza, la presenza corporea, i tempi di attesa e la scelta dei materiali diventano strumenti attraverso cui accompagnare il bambino verso una maggiore regolazione.
In questo senso, la relazione terapeutica rappresenta uno spazio nel quale il bambino può sentirsi accolto, sperimentare nuove modalità di interazione e, progressivamente, interiorizzare strategie di autoregolazione.
Lavorare sulle emozioni, quindi, non significa semplicemente parlare di ciò che il bambino prova. Significa creare attraverso il corpo, il gioco e la relazione occasioni concrete per sperimentare, riconoscere e modulare le proprie emozioni.
È proprio nell’incontro tra corpo, movimento, emozione e relazione che la terapia neuropsicomotoria può accompagnare il bambino nel suo percorso di crescita.
Sitografia
Articolo a cura di:
Anna Mastrolilli
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
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