Convivere con la malattia oltre le paure

La PAURA è un’emozione primaria saggiamente definita dal Prof. Umberto Galimberti come “emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo che può essere reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia.” (Galimberti U., Dizionario di psicologia, Roma, Gruppo editoriale L’Espresso, 2006)

La paura parte delle nostra vita quotidianamente, con forme differenti, target differenti ed intensità differenti che vanno dal non mi importa della paura tanto non mi succederà nulla a se faccio questo morirò. In mezzo a questi due estremi c’è un continuum di segnali che sono importantissimi per guidarci nelle nostre scelte quotidiane, nelle nostre relazioni, nel modo in cui ci muoviamo nel mondo. La paura quindi è una emozione primaria ed essenziale ed è essenziale imparare a conoscerla, ad ascoltarla, a valutare se sia adeguata oppure no e soprattutto è essenziale imparare a conviverci.

Una giusta dose di paura è una ottima bussola, ci aiuta ad orientarci tra le esperienze classificandole come adatte o non adatte, e ci preserva quindi dal correre rischi troppo grossi.

La paura diventa nostra nemica quando la neghiamo, perché perdiamo la capacità di prevenire e ci esponiamo a rischi troppo alti, e quando la eccitiamo, dandole una intensità e una centralità tale da assegnarle il timone della nostra vita.

Partendo dal concetto di paura, il mio pensiero successivo è andato ad una delle più comuni paure, quella delle malattie, siano esse di natura fisica o mentale. Come psicoterapeuta mi capita spesso di incontrare individui che mettono la loro vita in stand by a seguito di una malattia, reale o anche solo presunta, verso la quale non riescono a fare un percorso di elaborazione così da poterla inserire nel contesto della propria esistenza.

Col progredire della medicina e con il sempre più massiccio ricorso alla prevenzione primaria, abbiamo visto malattie trasformarsi da letali a croniche. Patologie cardiache o l’ipertensione 50 anni fa avrebbero portato quasi certamente alla morte. Durante gli anni della mia adolescenza contrarre l’HIV significava essere condannati a morte certa e subire una stigmatizzazione sociale che portava ancor prima alla “morte psicologica”. Oggi grazie alle campagne di sensibilizzazione si infettano meno persone, grazie alla corretta informazione non si emarginano più i malati e soprattutto grazie alla medicina non si muore più. Diventa quindi fondamentale pensare che di fronte ad una diagnosi, qualunque essa sia, alla naturale reazione paura segua la possibilità di una CONVIVENZA CON LA MALATTIA. 

Nella mia pratica clinica ho incontrato portatori di HIV che non solo avevano imparato a convivere con il virus ma che avevano talmente accettato la propria condizione da pensare di diventare genitore, cosa che con le tecniche di PMA è possibile garantendo al partner e al feto di non entrare in contatto con il virus. Questo ci dice che è possibile non solo aiutare i malati ma proteggere chi sta loro accanto, permettendo che la vita comunque scorra.

La convivenza con le malattie riguarda anche le malattie mentali, alcune delle quali sono così fondanti la nostra struttura da non poter essere “guarite” e semplicemente “sparire”. Posto che come clinico non credo nel termine di “guarigione” se applicata al campo delle malattie mentali, che da sempre leggo a livello sistemico all’interno di un più ampio concetto di sofferenza individuale e relazionale, credo invece fortemente che chiunque entri in contatto con la malattia mentale possa e debba cercare di imparare a fronteggiarla, a conoscerla, a sviluppare delle strategie per ridurre i fattori scatenanti le crisi, ridurre al minimo la sua intensità e il suo impatto sulla propria quotidianità, trovarle un significato, un posto sicuro e assieme ad essa continuare il proprio cammino. Ed ecco che allora una mia giovane donna affetta da DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) è riuscita a trasformare le proprie compulsioni di riordino dell’ambiente in una capacità lavorativa diventando una ottima responsabile di un archivio; ed un ragazzo con rituali di memorizzazione di sequenze numeriche è riuscito a mettere a frutto la sua abilità mnemonica ottenendo un lavoro come data entry. Oppure una ragazza con Disturbo Borderline di Personalità, compensato con una corretta terapia farmacologica, ha sfruttato i propri tratti istrionici e la propria disinibizione, che nella vita reale la portavano ad essere costantemente sotto giudizio, per intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo.

Il recente e lungo periodo di emergenza sanitaria, che pare non essere ancora terminato, ha stressato sia le nostre paure che le nostre capacità di pensare ad una convivenza con l’emergenza. Il Coronavirus ci ha fatto sicuramente paura per la velocità con cui si è installato nelle nostre vite, per l’impatto numerico del contagio, perché nessuno poteva sentirsi al sicuro e per le profonde modificazioni al nostro comportamento che abbiamo dovuto adottare. Ora però la paura, che è stata giustificata e ci ha permesso di mettere in atto delle strategie protettive, in questa fase di ripartenza dovrebbe lasciare il passo alla messa in campo di strategie per imparare a convivere con il virus e con la malattia causata dal virus. Ora che anche che le notizie che arrivano dai mass media sembrano tendere ad un decisivo allentamento delle limitazioni, alcune persone si sentono elettrizzate da questa sorta di nuova libertà, mentre una larga parte di persone di trova quasi disorientata, senza punti di riferimento e la paura si è riacutizzata. Le persone che hanno ad oggi dei veri e propri sintomi di PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress) non sono poche, e semplicemente pensare che consentire dal punto di vista legislativo il ritorno alla vita pre-pandemia sia sufficiente per consentire psicologicamente questo passaggio è un po’ riduttivo. In questo un percorso con EMDR, metodo di elezione per l’elaborazione delle esperienze traumatiche, potrebbe aiutare chi si sente ancora bloccato dalla paura a transitare verso una pacifica convivenza con le proprie paure.

È importante saper riconoscere la paura, legittimarla, trovarne la fonte originaria e accoglierla come un segnale di allarme del nostro sistema di sicurezza; è però altrettanto importante imparare a non consentire alla paura di controllare la nostra esistenza, ma chiedere aiuto quando sentiamo che una vitale paura sta diventando una prigione.

A cura della D.ssa Francesca Boracchi, psicologa psicoterapeuta

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