Nella vita quotidiana tutti siamo chiamati a fronteggiare richieste,
cambiamenti e difficoltà. Questa pressione prende il nome di stress: una
risposta naturale dell’organismo che si attiva quando percepiamo che le
richieste superano, almeno temporaneamente, le nostre risorse. In condizioni
favorevoli, lo stress può persino aiutarci, migliorando attenzione e
performance. Quando però diventa intenso, prolungato o ingestibile, può
logorare progressivamente sia il corpo che la mente.
Il nostro organismo, infatti, attraversa diverse fasi: inizialmente si attiva per
reagire, poi cerca di adattarsi, ma se lo stress persiste troppo a lungo può
arrivare a una fase di esaurimento, con effetti concreti come il calo delle
difese immunitarie, difficoltà cognitive e una maggiore vulnerabilità
psicologica. In questo processo, mente e corpo non sono separati, ma
funzionano come un sistema unico, influenzandosi reciprocamente.
Per gestire lo stress utilizziamo strategie chiamate coping, cioè modalità
cognitive ed emotive con cui cerchiamo di fronteggiare le difficoltà. Non
reagiamo tutti allo stesso modo: ciò che conta non è solo l’evento in sé, ma
come lo interpretiamo e le risorse che pensiamo di avere. Alcune strategie
sono più funzionali, come affrontare direttamente il problema quando è
risolvibile, regolare le emozioni quando la situazione non è modificabile o
chiedere supporto. Altre, invece, possono diventare disfunzionali,
soprattutto quando si basano sull’evitamento: allontanano il disagio
nell’immediato, ma a lungo termine lo amplificano.
È proprio in questo spazio che può inserirsi la dipendenza. Non solo
quella da sostanze come alcol o droghe, ma anche forme meno riconosciute
come il gioco d’azzardo, l’uso compulsivo di internet, dei social media,
del sesso o dello shopping. In tutti questi casi, il meccanismo di fondo è
simile: la persona scopre che quel comportamento o quella sostanza
permette di ridurre rapidamente uno stato di tensione interna — ansia,
tristezza, vuoto, insicurezza — o di ottenere una gratificazione intensa e
immediata. All’inizio sembra una soluzione efficace, ma si tratta di una
risposta apparente: non risolve il problema, ne attenua solo
temporaneamente gli effetti. Con il tempo, questo meccanismo si consolida e
si rinforza, fino a diventare una modalità privilegiata, e talvolta unica, per
affrontare la realtà.
Si entra così in una spirale progressiva: da un uso occasionale o ricreativo che porta piacere e benessere nell’immediato, si passa a un utilizzo sempre più frequente per gestire le difficoltà, fino alla perdita di controllo e alla comparsa di conseguenze negative sempre più evidenti. Si raggiunge una soglia di tolleranza rispetto alla dipendenza in sé, che richiede un sempre maggior quantitativo di sostanza (o comportamento compulsivo), che comincia ad essere assunta (oppure il comportamento viene messo in pratica) non più per gli effetti benefici a breve termine, quanto più per tollerare gli effetti sempre più negativi dell’astinenza.
È a questo punto che si instaura una dipendenza vera e propria, in cui il
comportamento diventa necessario non tanto per ottenere piacere, quanto
per evitare il malessere, rendendo la persona prigioniera di un circolo vizioso: il pensiero relativo al comportamento d’abuso tende a diventare l’unico vero interesse, favorendo la comparsa intorno a sé di un deserto relazionale.
La dipendenza è un fenomeno complesso, che nasce dall’intreccio di fattori
biologici, psicologici e sociali. Alcune persone possono essere più vulnerabili
per caratteristiche personali, come l’impulsività o una forte sensibilità allo
stress, per esperienze di vita difficili, come traumi o contesti familiari instabili,
o per una minore disponibilità di risorse relazionali. In molti casi, la
dipendenza funziona come una forma di auto-medicazione, soprattutto in
presenza di ansia, depressione o altri disagi psicologici, dando vita a un
circolo vizioso in cui il tentativo di stare meglio finisce per alimentare il
problema.
A cura della D.ssa Selene Gamba, psicologa psicoterapeuta
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