Riflessioni sulla prevenzione delle crisi famigliari in adozione
Lavorando da tanti anni con le famiglie, e in particolar modo con le famiglie adottive, mi è capitato di pensare al sistema famiglia come ad una mongolfiera: uno strumento progettato per viaggi infiniti, ma solo se ben alimentato nel suo equilibrio e scaricato delle sue zavorre.
Anche per la famiglia è così e in questo articolo proverò ad analizzare quali siano queste zavorre
che possono impedire ai legami di attaccamento di instaurarsi, o possono rappresentare una
battuta di arresto nel viaggio, e quali siano gli elementi protettivi che invece alimentano in modo
positivo la spinta propulsiva della nostra mongolfiera.
- Partendo proprio dal principio, una zavorra che potrebbe rallentare il viaggio è la non adeguata preparazione della futura coppia genitoriale all’accoglienza di un figlio adottivo. Come ormai è noto, le criticità di una genitorialità adottiva sono molte, partendo dall’elaborazione del proprio vuoto procreativo fino ad arrivare alla conoscenza di alcuni funzionamenti post traumatici dei bambini vittime di eventi avversi. L’abbandono, seppur avvenuto in epoca precocissima come il post-partum, lascia nel sistema nervoso del bambino una traccia che va ad incidere sul funzionamento del sistema nervoso durante la sua crescita, e avere bene in mente questa cosa permette ai genitori adottivi di poter leggere in modo più accurato il proprio figlio.
Tutto il lavoro di preparazione che la coppia svolge durante il periodo dell’attesa, che in adozione non è noto e può durare anche anni, è fondamentale per consentire che il bambino, nel momento dell’incontro, trovi due genitori consapevoli delle reali caratteristiche di un figlio adottivo. Il gap tra il bambino immaginato e il bambino reale è infatti una delle più pesanti zavorre di cui liberarsi prima dell’incontro col figlio adottivo, che altrimenti non potrà trovare un reale rispecchiamento nei genitori, ma proverà una continua rincorsa all’adeguamento alle loro aspettative. Un lavoro enorme per qualunque figlio, a maggior ragione per un bambino che porta dentro di sé una colpevolizzazione per la propria storia e una responsabilizzazione del fallimento della propria famiglia biologica con evidenti cadute sull’autostima e il valore di sé.
Quindi che bambino possiamo aspettarci di incontrare? Non certo un bambino “grato” di essere stato salvato dal suo triste destino, come le narrazioni idealizzanti e romanzate di molti articoli che a sproposito parlano di adozione ci vogliono rappresentare. Incontreremo un bambino il cui trauma, seppur avvenuto in epoca precocissima, ha lasciato la sua impronta sul suo sistema di attaccamento, sulla sua capacità di regolazione delle proprie emozioni, sulla manifestazione comportamentale delle proprie sensazioni, le cui reazioni potrebbero a volte sembrare apparentemente inspiegabili se non lette con la giusta cornice della presenza di un trauma. Ecco quindi che potremmo incontrare un bambino ipersensibile o impulsivo, che porta rabbia, discontrollo degli impulsi, eccessiva ricerca di contatto che esprime anche con aggressività fisica; oppure un bambino iposensibile, che a volte potrebbe quasi apparire eccessivamente quieto e adattabile, rifiutare il contatto e restare nel proprio mondo a difesa della propria paura. Lasciare la zavorra delle aspettative è quindi il maggior favore protettivo per instaurare un legame di attaccamento autentico col bambino.
- L’altra migliore arma di protezione dal fallimento del legame famigliare e la prevenzione delle crisi è lavorare su una serie di fattori che possono generare sicurezza nel bambino. Creare un ambiente sicuro e prevedibile, che risponda in modo adeguato e coerente ai suoi reali bisogni; creare tramite una storia condivisa, la famosa “verità narrabile”, una appartenenza non su basi biologiche ma su basi relazionali e creare un ponte tra il passato e il presente così da generare fiducia nel futuro; rispettare e accettare i tempi del bambino, perché se per molti genitori sentirsi mamme e papà inizia con l’incontro col bambino, per i bambini possono volerci anche mesi o anni prima di sentirsi davvero figli. E soprattutto riconoscere il bisogno di chiedere aiuto quando le fatiche si fanno troppo ingombranti. Tenere a mente che la famiglia adottiva nasce dalle ceneri del rapporto interrotto tra il bambino e i suoi legami biologici ci fa capire quanto possa essere complessa la creazione di un legame di appartenenza e attaccamento sicuro, soprattutto nelle fasi iniziali se il bambino da subito “mette in scena” la sua storia rendendoci partecipi del suo dolore o in fasi critiche per tutti come l’adolescenza o momenti di grandi cambiamenti.
Saper riconoscere da subito che la fiammella si sta spegnendo e quindi che non ha più la forza di spingere la mongolfiera in alto oppure che la fiammella sta diventando troppo intensa rischiando di bruciare la struttura è fondamentale per evitare la perdita del controllo della nostra mongolfiera, quindi della nostra famiglia e della nostra vita e di quella dei nostri figli.
La meta del nostro viaggio non è la perfezione ma la trasformazione delle fragilità in
consapevolezze e la capacità di crescere seguendo il proprio ritmo e i propri bisogni: ad ogni famiglia il suo viaggio, unico e speciale. Un viaggio in continuo equilibrio tra giornate di sole e raffiche di vento e pioggia, ma che vale la pena sempre e comunque di vivere appieno.
A cura di Francesca Boracchi, psicologa psicoterapeuta
Per informazioni:
psicologia@centroilmelograno.it
347.8295849
Contattaci o Prenota su WhatsApp