21 SETTEMBRE 2018 – XXV GIORNATA MONDIALE DELL’ALZHEIMER

Venerdì 21 settembre 2018 si celebra la XXV Giornata Mondiale dell’Alzheimer, in quest’occasione vi proponiamo un breve articolo per conoscere e sensibilizzare su questo delicato tema.

I dati demografici indicano che a livello mondiale stiamo andando verso un progressivo incremento della popolazione anziana e di conseguenza del numero di persone a rischio per la malattia di Alzheimer e per altre forme di demenza. Secondo le stime del World Alzheimer Report, nel 2015 nel mondo 46,8 milioni di persone hanno manifestato una forma di demenza. Nel nostro paese sono circa 600 mila le persone, sopra i sessant’anni, che hanno ricevuto una diagnosi di Alzheimer. Per la loro dimensione epidemiologica le demenze rappresentano oggi una delle principali sfide per i sistemi sociali e sanitari dell’Occidente.

Per lungo tempo la demenza è stata considerata un naturale esito dell’invecchiamento, un decadimento fisiologico dovuto all’età, ritenendo quindi che l’invecchiare sia caratterizzato inevitabilmente dalla perdita di numerose funzioni, sia fisiche che mentali.

“Senectus ipsa est morbus” («la vecchiaia è per sé stessa una malattia») dicevano gli antichi latini, anche secondo Shakespeare sono numerosi i tributi che si devono pagare alla vecchiaia: “…senza memoria, senza denti, senza occhi, senza tutto. Ma quali sono realmente i rapporti tra invecchiamento e demenza?

In gerontologia è importante distinguere tra norma (ciò che può essere comune a soggetti della stessa età ma può non essere presente in tutti) e normalità (ciò che è presente in tutti i soggetti della stessa età).

L’INVECCHIAMENTO è un fenomeno naturale, fisiologico e per tale motivo irreversibile, contrariamente alla DEMENZA che è un evento occasionale, patologico, trattabile o quantomeno modificabile, e definibile da un preciso quadro clinico.

 

Quali sono dunque le caratteristiche della malattia di Alzheimer?

Il dottor Alois Alzheimer, psichiatra tedesco, fu il primo nel 1906 a definire in letteratura i sintomi della malattia che poi avrebbe preso il suo nome.

Clinicamente l’esordio della malattia di Alzheimer è caratterizzato da un deterioramento ingravescente delle capacità cognitive e dalla comparsa di disturbi comportamentali che portano il malato ad una graduale perdita dell’autonomia funzionale e all’impossibilità di mantenere adeguati rapporti con gli altri e con l’ambiente.

Le caratteristiche della malattia possono variare da soggetto a soggetto, tuttavia l’inizio è generalmente subdolo ed insidioso ed il decorso cronico-progressivo. I sintomi iniziali sono spesso attribuiti all’invecchiamento, allo stress oppure a depressione. Nella grande maggioranza dei casi, solo a distanza di uno-due anni dall’esordio della malattia il disturbo della memoria è tale che i familiari ricorrono all’aiuto di uno specialista.

Tra le alterazioni delle funzioni cognitive si segnala in particolare: memoria, attenzione, astrazione, linguaggio e disturbi comportamentali.

In particolare si rilevano i seguenti sintomi iniziali:

  • Problemi a ricordare avvenimenti o fatti recenti;
  • Alterazioni della personalità;
  • Deficit di pensiero astratto e di giudizio;
  • Incapacità a risolvere i problemi anche semplici;
  • Perdita di interesse per l’ambiente e per gli altri;
  • Difficoltà di denominazione;
  • Impoverimento del discorso;
  • Difficoltà nell’orientamento spaziale e temporale;

 

La natura intrinseca della degeneratività della patologia implica che accanto alla progressione della malattia anche i sintomi diventino sempre più evidenti e pervasivi.

A livello cognitivo la capacità di comunicazione si compromette, il linguaggio si riduce e le frasi si fanno sempre più povere, con termini semplici; l’attenzione diventa sempre più fluttuante e il pensiero perde la sua usuale chiarezza e appare frammentato e disorganizzato. I deficit di memoria iniziano a riguardare anche gli avvenimenti più remoti, fino a raggiungere i ricordi della fanciullezza: frequentemente il malato in fase avanzata ricerca la sua casa natia dell’infanzia e i genitori o fratelli e sorelle, non riconoscendo più i familiari del presente né la sua abitazione attuale.

In questa malattia è molto frequente che accanto ai deficit cognitivi emergano disturbi psicologici e del comportamento. Frequenti sono le false interpretazioni, i deliri o le allucinazioni che fanno diventare il malato più ansioso, talvolta aggressivo e agitato. Il soggetto, sempre più disorientato a livello temporale e spaziale, è spesso iperattivo e inizia a vagare in modo afinalistico (atteggiamento chiamato ‘wandering’), diventando sempre meno consapevole di sé e della sua patologia. L’agitazione psicomotoria e l’ansia sono spesso più frequenti durante la notte, portando il paziente ad invertire il suo ritmo naturale sonno-veglia, con ricadute pesanti anche sulla famiglia e su chi si prende cura di lui. Inoltre con il progredire della malattia il deterioramento della memoria si estende alla memoria procedurale, rendendo la persona non più in grado di svolgere semplici mansioni della vita quotidiana, come cucinare, fare il bucato, fare la spesa, fino ad intaccare anche le attività di base come l’igiene personale, il vestirsi e l’alimentazione, rendendolo sempre più dipendente.

Quali sono le cause della malattia e la possibile cura?

La causa responsabile dell’insorgenza della demenza di Alzheimer è ad oggi ancora sconosciuta; tuttavia le evidenze cliniche hanno mostrato che nel cervello di persone malate di Alzheimer vi è un accumulo anomalo di alcune proteine nel cervello, che andrebbero a causare una lenta distruzione dei neuroni e della loro funzione di neutrasmettitori. Numerosi sono gli studi in corso per validare nuove ipotesi di cura. Attualmente non esiste dunque una cura efficace in grado di “guarire” l’Alzheimer, ma i trattamenti farmacologici utilizzati sono spesso consigliati dai medici per la riduzione di alcuni dei sintomi sopracitati e per un possibile rallentamento, soprattutto nelle prime fasi, del progredire della malattia. A tale scopo molto diffuso è anche il ricorso alle cosiddette “Terapie non farmacologiche” che, in maniera complementare a quelle farmacologiche, contrastano gli effetti della patologia e migliorano la qualità di vita del paziente.

 

A cura della D.ssa Michela Chiappa

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